Torna a casa
Mario freme, sente che se dovesse fermarsi non riuscirebbe a trattenersi, in urla, grida, lacrime, botte violente contro l’asfalto. Non torna, non torna più nulla. Ha davanti la faccia di quella donna, e non sa chi sia quella donna, quegli occhi che l’hanno guardato sorpreso per pochi istanti, non è sua moglie, non era casa sua, ma il palazzo è quello, la via è quella, è casa sua, è casa sua. Giù dalle scale, in strada, oltre la facciata del palazzo in cui vive, si allontana correndo. Correre, finché ci riesce, gli dà lucidità, mette in secondo piano la disperazione. Finché gli riesce. Poi arriva il fiatone, non può più continuare, incespica e la paura si fa più grande, lo ostacola, torna in primo piano, e lo blocca, gli ferma le gambe, e non può che fermarsi. Nessuna voce adesso, nessuna indicazione. È silenzio, anche se intorno il traffico non si ferma, pneumatici, motori, sobbalzi, echi che si propagano lungo le cavità vuote delle vie intorno. Che succede, pensa Mario? Dopo la voce, oltre a quella voce, tutto il resto sembrava non aver senso, sembrava non esistere più; eppure tutto era ancora come prima. Ora le cose paiono invece compromesse, in continuazione. Compromesse in un modo in un certo momento, compromesse di nuovo l’attimo dopo. Attimo dopo attimo, il mondo è diverso, è un altro mondo, e Mario ha paura di perdersi. Resistono i profili delle cose, le vesti, gli involucri; tutto ciò che c’era dentro, dev’essere collassato in un caos indistinguibile, crede Mario. L’aspetto della città non muta, ma è cambiata la città; l’aspetto della sua casa è sempre lo stesso, eppure non è più casa sua. Quella donna non è sua moglie, quella donna è una sconosciuta. Dove sono le sue figlie? Malgrado la nausea Mario non può fare a meno di rimanere cosciente. Sovrappone le sue realtà e vede che non combaciano, non collimano, e lui è la frattura e l’attrito tra queste due realtà, è in un limbo e sebbene si senta a disagio, e senta una tensione che si articola in strati confusi, in ricordi della sua vita passata e di quella presente, a dispetto di ciò, Mario non prova dolore, quel dolore che scaturisce dall’idea della perdita di qualcosa o di qualcuno. Non sente dolore, e riesce a ragionare. Inutile correre lontano, allontanarsi a piedi chissà dove. Cercare un riscontro a ciò che crede di sapere? Andare a cercare qualche collega a casa sua? Entrare nel bar a un paio di isolati per constatare se ci sia qualche viso conosciuto? Oppure: tornare alla macchina, riprenderla, rimettersi sulla strada fino allo stadio e magari capire nel frattempo cosa sta succedendo. Ignorare quella donna, la sua casa. Tornare lì, allo stadio, e riprendere tutto come prima. Ha già deciso, è la miglior cosa da fare. Tornare. S’incammina, non è lontano, non ha corso molto, si è seduto nel frattempo sul muretto di recinzione di un parcheggio. Quattro, cinque isolati. Svoltato l’angolo. Ecco la macchina. Nient’altro importa. Rimettere in moto, riprendere il controllo. Cerca le chiavi nella tasca dei pantaloni, tasta prima da una parte, poi dall’altra, non le trova, cerca di nuovo, sopra, sotto, davanti, in quelle dietro, le chiavi dell’auto non ci sono, ci sono quelle di casa, ma la casa non è quella, quelle della macchina non ci sono. Riflette. Poi crede di aver capito: le chiavi sono cadute sul pianerottolo di quella casa, davanti alla porta spalancata della casa di quella donna, non può che essere così. Non gli resta che salire, tornare su.
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