3 sogni
[Un paio di settimane fa, durante tre notti consecutive, ho avuto tre sogni accomunati da una sensazione di minaccia vissuta molto intensamente. Indiscutibile che i contenuti siano strettamente legati al periodo piuttosto difficile; rimane d'altra parte molto vivida la sensazione che in parte fossero situazioni indipendenti da me, sognatore, ma riguardassero piuttosto quel me che si muoveva nel sogno e la sua personale realtà.]
Don’t get any big ideas
they’re not gonna happen
You’ll paint yourself white
and fill up with noise
but there’ll be something missing
Prima notte (tra il 26 e il 27 aprile). Il più lontano e confuso. Io e un caro amico; abbiamo partecipato a qualche festa, c’era confusione, alcol e droga, credo, euforia da stonatura. Incontro la madre del mio amico che mi chiede se anch’io faccio queste cose. Come a dire che da me non se lo aspetterebbe. Rispondo di sì. Dopodiché, non ricordo con quale nesso, mi ritrovo a vivere angosciosamente un enorme senso di colpa. Ho ucciso qualcuno, con un coltello; anche il mio amico mi ha aiutato; e però forse ho ucciso proprio il mio amico. Provo un soffocante struggimento per l’irreparabilità della mia colpa. Come tornare indietro ormai? Mentre sto per svegliarmi riconosco il passaggio dal sogno alla veglia e improvvisamente la sensazione spiacevole è alleviata perché capisco che la mia colpa non riguarda questa realtà.
Now that you’ve found it, it’s gone
Now that you feel it, you don’t
You’ve gone off the rails
Seconda notte (tra il 27 e il 28 aprile). Sono in casa con Paola e i bambini, anche se l’ambiente non è in effetti quello della nostra casa di adesso ma è fatto piuttosto di elementi diversi, tra i quali ricordo ad esempio un corridoio della casa dei miei genitori. In casa con noi c’è un ragazzo, certamente pericoloso, anche se dall’aria placida e inoffensiva. Ricorda molto un personaggio del film di Haneke, Funny Games, che in parte abbiamo visto al cinema io e Paola. Nulla lascia supporre che il ragazzo voglia farci del male, ma noi ne siamo profondamente convinti; sappiamo che prima o poi svelerà se stesso mostrando tutta la sua malignità. Allora, proviamo in tutti i modi a convincerlo a uscire di casa, invitandolo a farsi una passeggiata e ad allontanarsi anche solo per un po’ di tempo; lo facciamo però in modo amichevole, non vogliamo che capisca che lo temiamo. Lui non parla, non fa nulla; sembra di ricordare un lieve sorriso sulle labbra. A un certo punto riusciamo in qualche modo a convincerlo a uscire di casa. In un attimo il ragazzo si chiude la porta alle spalle. Il mio primo pensiero è quello di chiamare i carabinieri per metterci definitivamente in salvo; allo stesso tempo però mi rendo conto che lui ha le nostre chiavi di casa e potrebbe rientrare da un momento all’altro. La minaccia ora è ancora più grande, perché il fatto di esserci liberati di lui potrebbe rivelarsi solo un’illusione. Non ci penso un attimo: mi precipito alla porta e infilo la mia chiave nella toppa, perché so che così lui non potrà tornare. Il sogno sta per svanire, finalmente sono tranquillo e penso che adesso potrò chiamare la polizia in tutta tranquillità.
So don’t get any big ideas
they’re not going to happen
You’ll go to hell for what your dirty mind is thinking
Terza notte (tra il 28 e il 29 aprile). Sono in un parchetto: qualche panca, un po’ di verde. Vengo minacciato da un magrebino, un personaggio dal viso segnato, forse qualche cicatrice intorno agli occhi, di quelli che a vederli non sembrano propriamente individui raccomandabili. Si avvicina a me con un coltello da cucina e non so bene cosa voglia, probabilmente mi chiede dei soldi. Io cerco di fermarlo prendendo la lama tra le mie mani e lui la sfila velocemente procurandomi dei tagli sui palmi, non troppo profondi. Poi si dilegua in qualche modo. Io vengo assalito da una rabbia incontenibile, da un senso di impotenza frustrante: l’idea di dovermi preoccupare di essere assalito per strada mi fa infuriare oltre ogni aspettativa. Vado a trovare una mia zia, anche lei vittima di un’aggressione e mi lamento dicendole che non se ne può più, che ci sono sempre più delinquenti in giro e questa cosa mi infervora molto. Non ricordo grandi reazioni da parte sua. Dopodiché, mi ritrovo faccia a faccia di nuovo con il mio assalitore e malgrado la rabbia, iniziamo a discutere; poco prima di svegliarmi mi sento sollevato perché stiamo parlando l’un l’altro delle proprie ragioni e in qualche modo stemperiamo la foga inziale con il dialogo.
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