LITHIUM

Volto in un altro tempo

Pubblicato in inediti, malattia da Denis Smaniotto il 26 aprile 2011

Valeria si alza controvoglia, cerca di opporsi alla propria gravità, che l’ha sprofondata in una quasi incoscienza, mentre gambe e braccia, e tutto il corpo, sono assopiti e quasi insensibili adagiati sul divano. Il primo sforzo consiste nel collegare lo stimolo esterno alla percezione interna. Il suono del campanello potrebbe quasi spegnersi senza mai averla veramente destata, se qualcosa di irriducibile non la costringesse a valutare ancora e malgrado tutto la profondità e la distanza delle cose intorno a lei. Vorrebbe quasi rimanere lì, attutita in se stessa, senza replicare; per un tempo indefinito crede di poter veramente decidere cosa fare: muoversi, rifiutarsi, rimanere. Poi però, questo suo ritrarsi diventa incontrollabile. Viene ricacciata con tutta forza fuori da quella profondità e spinta in piedi, senz’altra possibilità. Rinviene da un certo baratro e il suo corpo s’impossessa nuovamente di lei, la reclama e lei non può negarsi, si alza e risponde mentalmente alla chiamata prima ancora di farlo concretamente. In quel momento il suono del campanello riguadagna la giusta distanza, si avvicina tutto sommato. E Valeria, mentre percorre il corridoio che porta all’entrata rinviene del tutto, e ritorna a usare i pensieri o a farsi usare, un sorta di circuito torna ad aprirsi, si riattiva la circolazione, valutazioni, domande, risposte.

Non sa chi possa essere a quell’ora. Non aspetta nessuno, e le sembra piuttosto strano che qualcuno stia cercando lei. Quindi, nell’avvicinarsi, elabora già tutta una serie di consolidate cautele alle quali si dedica più per la forza della consuetudine e del buon senso che per un’effettiva sensazione di pericolo. In effetti, sono circa le 23 di un mercoledì sera anonimo; tutto suggerirebbe, tanto più a una donna giovane che vive da sola come nel suo caso, di prestare particolare attenzione in situazioni del genere; tutto, nondimeno, suggerisce che non ci sia nulla da temere. Probabilmente se Valeria non avesse passato l’ultima ora distesa sul divano, quasi addormentata; fosse stata sveglia, alle prese con qualche lavoro, al computer, davanti alla tv accesa, vigile e cosciente; il suo livello di precauzione sarebbe stato decisamente più alto, e la fiducia nella sua percezione ultrasensibile, diciamo così, pari a zero, o comunque insignificante. E tuttavia, le cose stanno così. Valeria è perfettamente sveglia, ma assolutamente rilassata. Quindi, nel cercare di mettere in atto le cautele e il buon senso che una donna che vive da sola dovrebbe ragionevolmente sviluppare, custodire e utilizzare proprio in tali situazioni, Valeria non può fare a meno di mettersi forzosamente in allarme. Non può rifiutarsi di provare un’istintiva contrazione che parte dal ventre e vorrebbe risucchiare tutto il resto verso un unico punto compatto e inattaccabile, un sfera di sicurezza impossibile da scalfire. Non può rifiutarsi di obbedire a un riflesso innato, arcaico, com’è quello della debolezza femminile. Ma non può granché, in effetti, Valeria. Perché malgrado tutto, malgrado l’allarme dei geni, e la conformazione psicofisiologica, malgrado l’intelligenza e la capacitò di valutare le cose, qualcosa come un’ingenuità fuori luogo, un’innocenza pericolosa, un azzardo rischioso la portano a fiondarsi sulla maniglia, senza nemmeno guardare dallo spioncino e a spalancare la porta senza preoccuparsi troppo sui rischi a cui va incontro, senza preoccuparsi troppo delle preoccupazioni, in definitiva.

Quando Valeria vede Mario Fuoco, davanti a sé, si rende perfettamente conto di vedere uno sconosciuto. Mario la guarda e pare piuttosto sorpreso, come se si fosse aspettato di vedere qualcun altro. Ha in mano un mazzo di chiavi che solleva verso l’alto, ma nemmeno per un attimo dà l’impressione di voler far del male a chicchessia. Anzi, è nel suo volto che compare velocemente la paura, l’espressione del viso si inarca, si incupisce, i lineamenti fuggono scompostamente come possono dalla maschera neutra della faccia di Mario e Valeria non può fare a meno di notarlo, prima che lui, senza dire nulla, si precipiti verso la scala e di lì sparisca rapidamente, lasciandola muta e finalmente, forse, spaventata.

Valeria rimane colpita dalla fuga di quell’uomo. È una violenza che la scuote, malgrado non sia una forza rivolta contro qualcuno o qualcosa ma solamente un’accelerazione dei tempi, una violenza intesa come cambio repentino di una situazione. Mario fugge, Valeria chiude la porta, la sbatte e ansima, come se avesse scampato un grande pericolo. Però corre alla finestra per vedere se Mario sia effettivamente uscito dal palazzo. Poco dopo, lo vede uscire, di corsa. Prende per il marciapiede e sparisce al primo angolo dell’isolato.

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