Divertimento
Eravamo ingenui e incoscienti, e non sapevamo bene quello che facevamo, perché lo facevamo, ma in fondo nessuno sarebbe riuscito a convincerci che stavamo agendo male. Tutto quello che ci veniva detto, gli ammonimenti e i divieti, erano per noi pura ipocrisia, parole impersonali che si perdevano in obblighi antichi, ma noi eravamo il mondo nuovo e non ci veniva riconosciuta nessuna saggezza. Noi sapevamo il fermento e la rabbia, e tutti si affannavano a dirci che rabbia e fermento non andavano bene, noi non andavamo bene e lo stesso eravamo così, senza scampo. Occorreva dire divertimento per farsi accettare almeno un po’. Il divertimento riguarda tutti, anche i vecchi.
Quel divertimento per noi era un’ossessione. Sentivamo questo bisogno di un prurito continuo, un solletico che ci tenesse svegli e ci facesse ridere e dal quale doveva venire un piacere senza fine. Ci divertivamo sempre, a pensarci bene, se divertirsi significava ridere. La nostra vita era pesantezza e serietà, ed era leggerezza e fretta. Era un abisso nel quale guardavamo con lucidità e dal quale ci ritiravamo inorriditi, spaventati. E tutto intorno ci veniva chiesto di usare la ragione, richiudere la botola.
Il divertimento era ignorare la botola aperta. Doveva essere intenso, coprire tutto il resto; e però l’assuefazione era ogni volta più veloce, non bastavano i diversivi. Doveva essere a portata di mano, veloce; non valeva lo sforzo e la costanza sarebbe stata la rovina. In questo modo tutto si esauriva subito, poi ricominciava. Era prima di tutto qualcosa nel nostro corpo, erano reazioni chimiche; come dovrebbe essere la felicità. Marcivamo sempre nell’ansia di quello che avremmo potuto fare; l’insoddisfazione era un grido che ci limitavamo a tenere dentro. Divertirsi voleva dire non divertirsi.
SuperS
[Marco Simoncelli 1987-2011]
In moto, come lungo le parole
Lungo curve inesaudite
La foga centrifuga
Gli istanti collassano
Le gomme piegano fino al fondo
Torna a casa
Mario freme, sente che se dovesse fermarsi non riuscirebbe a trattenersi, in urla, grida, lacrime, botte violente contro l’asfalto. Non torna, non torna più nulla. Ha davanti la faccia di quella donna, e non sa chi sia quella donna, quegli occhi che l’hanno guardato sorpreso per pochi istanti, non è sua moglie, non era casa sua, ma il palazzo è quello, la via è quella, è casa sua, è casa sua. Giù dalle scale, in strada, oltre la facciata del palazzo in cui vive, si allontana correndo. Correre, finché ci riesce, gli dà lucidità, mette in secondo piano la disperazione. Finché gli riesce. Poi arriva il fiatone, non può più continuare, incespica e la paura si fa più grande, lo ostacola, torna in primo piano, e lo blocca, gli ferma le gambe, e non può che fermarsi. Nessuna voce adesso, nessuna indicazione. È silenzio, anche se intorno il traffico non si ferma, pneumatici, motori, sobbalzi, echi che si propagano lungo le cavità vuote delle vie intorno. Che succede, pensa Mario? Dopo la voce, oltre a quella voce, tutto il resto sembrava non aver senso, sembrava non esistere più; eppure tutto era ancora come prima. Ora le cose paiono invece compromesse, in continuazione. Compromesse in un modo in un certo momento, compromesse di nuovo l’attimo dopo. Attimo dopo attimo, il mondo è diverso, è un altro mondo, e Mario ha paura di perdersi. Resistono i profili delle cose, le vesti, gli involucri; tutto ciò che c’era dentro, dev’essere collassato in un caos indistinguibile, crede Mario. L’aspetto della città non muta, ma è cambiata la città; l’aspetto della sua casa è sempre lo stesso, eppure non è più casa sua. Quella donna non è sua moglie, quella donna è una sconosciuta. Dove sono le sue figlie? Malgrado la nausea Mario non può fare a meno di rimanere cosciente. Sovrappone le sue realtà e vede che non combaciano, non collimano, e lui è la frattura e l’attrito tra queste due realtà, è in un limbo e sebbene si senta a disagio, e senta una tensione che si articola in strati confusi, in ricordi della sua vita passata e di quella presente, a dispetto di ciò, Mario non prova dolore, quel dolore che scaturisce dall’idea della perdita di qualcosa o di qualcuno. Non sente dolore, e riesce a ragionare. Inutile correre lontano, allontanarsi a piedi chissà dove. Cercare un riscontro a ciò che crede di sapere? Andare a cercare qualche collega a casa sua? Entrare nel bar a un paio di isolati per constatare se ci sia qualche viso conosciuto? Oppure: tornare alla macchina, riprenderla, rimettersi sulla strada fino allo stadio e magari capire nel frattempo cosa sta succedendo. Ignorare quella donna, la sua casa. Tornare lì, allo stadio, e riprendere tutto come prima. Ha già deciso, è la miglior cosa da fare. Tornare. S’incammina, non è lontano, non ha corso molto, si è seduto nel frattempo sul muretto di recinzione di un parcheggio. Quattro, cinque isolati. Svoltato l’angolo. Ecco la macchina. Nient’altro importa. Rimettere in moto, riprendere il controllo. Cerca le chiavi nella tasca dei pantaloni, tasta prima da una parte, poi dall’altra, non le trova, cerca di nuovo, sopra, sotto, davanti, in quelle dietro, le chiavi dell’auto non ci sono, ci sono quelle di casa, ma la casa non è quella, quelle della macchina non ci sono. Riflette. Poi crede di aver capito: le chiavi sono cadute sul pianerottolo di quella casa, davanti alla porta spalancata della casa di quella donna, non può che essere così. Non gli resta che salire, tornare su.
Cosmologia, psicologia
«Disse nuovamente che il mondo nel quale si era fatto strada era molto diverso da quello che crede la gente, e che anzi è ben poco un mondo. Disse che chiudere gli occhi non significava niente. Niente di più di quanto il sonno dicesse a proposito della morte. Disse che non era questione di illusione o meno. Parlò dell’ampio barrial secco sul fiume, del fiume, della strada, delle montagne più in là e del cielo blu sopra di esse come di stratagemmi per tenere a bada il mondo, il mondo vero e senza età. Disse che la luce del mondo era solamente negli occhi degli uomini perché il mondo in sé si muoveva nel buio eterno e il buio era la sua vera natura e vera condizione e che in questa oscurità girava con perfetta coesione in tutte le sue parti ma che non c’era nulla da vedere. Disse che nel suo profondo il mondo era sensibile, segreto e buio al di là di ogni immaginazione umana e che la sua natura non risiedeva in ciò che si vedeva o non si vedeva. Disse che poteva guardare il sole dall’alto in basso e a che cosa sarebbe servito?»
C. McCarthy, Oltre il confine
Ho sognato. Ero in casa, casa mia, casa di qualcuno, una casa. Ero seduto e accanto a me, nella sedia accanto, un giovane uomo. È uno psicologo e viene per ascoltare la mia confessione. Mi chiede, o mi lascia piuttosto intendere di voler sapere del rapporto che mi lega a mia sorella. Le sue domande sono incalzanti e so di non voler mentire, e rispondo attentamente, cerco di essere chiaro. Non è la prima volta che mi trovo di fronte a certe questioni, sono preparato di fronte a me stesso. Spiego che siamo cinque fratelli in famiglia, e io sono il quarto, nato tra le due femmine; per questo probabilmente ho maggiore confidenza con le donne. (continua…)
Cammina
Valeria cammina, diceva, cammina, e lei camminava e ora lei è ferma, guarda quell’uomo dalla finestra, è lui a camminare, lei è ferma e lo guarda. Lui se ne sta andando, ha svoltato l’angolo, e lei sta ancora guardando, sente la voce di lui che le dice cammina, come se camminare fosse solo e sempre quello che c’era e ci sarà da fare, andare, forse per arrivare da qualche parte. Cammina, muoviti. E lei era rimasta indietro, non ne voleva sapere di darsi una mossa quel giorno. Non perché volesse tardare, o non arrivare, non vederlo, non salire le scale, bussare, attendere, attendere, entrare e parlare di quello che andava inevitabilmente affrontato. È che lui doveva muoversi e lei invece continuare ad andar piano, e così prendere le distanze uno dall’altro, senza saperlo, lui volare via investito dall’auto lei avanti, passo dopo passo, come se andasse indietro, avanti sopra di lui, accasciata sul suo corpo esanime, strappata dalla strada insieme a lui, oltre l’ospedale, la chiesa il cimitero, oltre quella casa e poi un’altra casa ancora, il lavoro, le persone, oltre le persone, indietro, e ormai non lo vedeva più, non se n’era dimenticata, ma vedeva solo se stessa e gli altri, e camminava ancora per arrivare pur sapendo che stava solo tornando indietro.
Nostalgia
«Ho nostalgia dei giorni del disordine. Li rivoglio, i giorni in cui ero giovane sulla terra, guizzante nel vivo della pelle, imprudente e reale. Ero stolido e muscoloso, arrabbiato e reale. Ecco di cosa ho nostalgia, dell’interruzione della pace, dei giorni del disordine quando camminavo per le strade vere e facevo gesti violenti ed ero pieno di rabbia e sempre pronto, un pericolo per gli altri e un mistero distante per me stesso»
D. DeLillo, Underworld
3 sogni
[Un paio di settimane fa, durante tre notti consecutive, ho avuto tre sogni accomunati da una sensazione di minaccia vissuta molto intensamente. Indiscutibile che i contenuti siano strettamente legati al periodo piuttosto difficile; rimane d'altra parte molto vivida la sensazione che in parte fossero situazioni indipendenti da me, sognatore, ma riguardassero piuttosto quel me che si muoveva nel sogno e la sua personale realtà.]
Don’t get any big ideas
they’re not gonna happen
You’ll paint yourself white
and fill up with noise
but there’ll be something missing
Prima notte (tra il 26 e il 27 aprile). Il più lontano e confuso. Io e un caro amico; abbiamo partecipato a qualche festa, c’era confusione, alcol e droga, credo, euforia da stonatura. Incontro la madre del mio amico che mi chiede se anch’io faccio queste cose. Come a dire che da me non se lo aspetterebbe. Rispondo di sì. Dopodiché, non ricordo con quale nesso, mi ritrovo a vivere angosciosamente un enorme senso di colpa. Ho ucciso qualcuno, con un coltello; anche il mio amico mi ha aiutato; e però forse ho ucciso proprio il mio amico. Provo un soffocante struggimento per l’irreparabilità della mia colpa. Come tornare indietro ormai? Mentre sto per svegliarmi riconosco il passaggio dal sogno alla veglia e improvvisamente la sensazione spiacevole è alleviata perché capisco che la mia colpa non riguarda questa realtà.
Now that you’ve found it, it’s gone
Now that you feel it, you don’t
You’ve gone off the rails
Seconda notte (tra il 27 e il 28 aprile). Sono in casa con Paola e i bambini, anche se l’ambiente non è in effetti quello della nostra casa di adesso ma è fatto piuttosto di elementi diversi, tra i quali ricordo ad esempio un corridoio della casa dei miei genitori. In casa con noi c’è un ragazzo, certamente pericoloso, anche se dall’aria placida e inoffensiva. Ricorda molto un personaggio del film di Haneke, Funny Games, che in parte abbiamo visto al cinema io e Paola. Nulla lascia supporre che il ragazzo voglia farci del male, ma noi ne siamo profondamente convinti; sappiamo che prima o poi svelerà se stesso mostrando tutta la sua malignità. Allora, proviamo in tutti i modi a convincerlo a uscire di casa, invitandolo a farsi una passeggiata e ad allontanarsi anche solo per un po’ di tempo; lo facciamo però in modo amichevole, non vogliamo che capisca che lo temiamo. Lui non parla, non fa nulla; sembra di ricordare un lieve sorriso sulle labbra. A un certo punto riusciamo in qualche modo a convincerlo a uscire di casa. In un attimo il ragazzo si chiude la porta alle spalle. Il mio primo pensiero è quello di chiamare i carabinieri per metterci definitivamente in salvo; allo stesso tempo però mi rendo conto che lui ha le nostre chiavi di casa e potrebbe rientrare da un momento all’altro. La minaccia ora è ancora più grande, perché il fatto di esserci liberati di lui potrebbe rivelarsi solo un’illusione. Non ci penso un attimo: mi precipito alla porta e infilo la mia chiave nella toppa, perché so che così lui non potrà tornare. Il sogno sta per svanire, finalmente sono tranquillo e penso che adesso potrò chiamare la polizia in tutta tranquillità.
So don’t get any big ideas
they’re not going to happen
You’ll go to hell for what your dirty mind is thinking
Terza notte (tra il 28 e il 29 aprile). Sono in un parchetto: qualche panca, un po’ di verde. Vengo minacciato da un magrebino, un personaggio dal viso segnato, forse qualche cicatrice intorno agli occhi, di quelli che a vederli non sembrano propriamente individui raccomandabili. Si avvicina a me con un coltello da cucina e non so bene cosa voglia, probabilmente mi chiede dei soldi. Io cerco di fermarlo prendendo la lama tra le mie mani e lui la sfila velocemente procurandomi dei tagli sui palmi, non troppo profondi. Poi si dilegua in qualche modo. Io vengo assalito da una rabbia incontenibile, da un senso di impotenza frustrante: l’idea di dovermi preoccupare di essere assalito per strada mi fa infuriare oltre ogni aspettativa. Vado a trovare una mia zia, anche lei vittima di un’aggressione e mi lamento dicendole che non se ne può più, che ci sono sempre più delinquenti in giro e questa cosa mi infervora molto. Non ricordo grandi reazioni da parte sua. Dopodiché, mi ritrovo faccia a faccia di nuovo con il mio assalitore e malgrado la rabbia, iniziamo a discutere; poco prima di svegliarmi mi sento sollevato perché stiamo parlando l’un l’altro delle proprie ragioni e in qualche modo stemperiamo la foga inziale con il dialogo.
Volto in un altro tempo
Valeria si alza controvoglia, cerca di opporsi alla propria gravità, che l’ha sprofondata in una quasi incoscienza, mentre gambe e braccia, e tutto il corpo, sono assopiti e quasi insensibili adagiati sul divano. Il primo sforzo consiste nel collegare lo stimolo esterno alla percezione interna. Il suono del campanello potrebbe quasi spegnersi senza mai averla veramente destata, se qualcosa di irriducibile non la costringesse a valutare ancora e malgrado tutto la profondità e la distanza delle cose intorno a lei. Vorrebbe quasi rimanere lì, attutita in se stessa, senza replicare; per un tempo indefinito crede di poter veramente decidere cosa fare: muoversi, rifiutarsi, rimanere. Poi però, questo suo ritrarsi diventa incontrollabile. Viene ricacciata con tutta forza fuori da quella profondità e spinta in piedi, senz’altra possibilità. Rinviene da un certo baratro e il suo corpo s’impossessa nuovamente di lei, la reclama e lei non può negarsi, si alza e risponde mentalmente alla chiamata prima ancora di farlo concretamente. In quel momento il suono del campanello riguadagna la giusta distanza, si avvicina tutto sommato. E Valeria, mentre percorre il corridoio che porta all’entrata rinviene del tutto, e ritorna a usare i pensieri o a farsi usare, un sorta di circuito torna ad aprirsi, si riattiva la circolazione, valutazioni, domande, risposte.








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